Vini delle Cinque Terre: beate le vigne che non hanno bisogno di eroi

dalla "terza pagina" di Roberto scarpato su Wine Blog di Luciano Pignataro

Vini delle Cinque Terre: beate le vigne che non hanno bisogno di eroi

di Fabrizio Scarpato

Quarant’anni. Il ventinove maggio sono passati quarant’anni dal riconoscimento della Denominazione d’Origine Controllata ai vini delle Cinque Terre. C’era di che far festa, e festa è stata. Bella, semplice, chi voleva esserci c’era, senza troppe chiacchiere, senza eccessive fanfare. Non c’è da stupirsi, da queste parti.

 

Le poche parole col bicchiere in mano hanno tracciato ponti tra passato e futuro, un passato da foto ingiallite, un futuro tutto da capire, da decifrare, da scrivere. Un po’ come succede a un tavolo tra vecchi amici che si ritrovano: il vino dei vecchi (vino si fa per dire), la scoperta della leggerezza e della bevibilità nei ricordi di Bartolo; una commossa rivendicazione di Roberto che non si sente diverso da un “vigneron” francese, laddove il termine suona più nobile rispetto all’indifferenza e all’approssimazione con cui i contadini di qui vengono considerati; e poi squarci di possibilità, l’indice di terrazze coltivate rispetto a quelle abbandonate che suona, in termini di fiducia e orgoglio, quasi quanto uno spread sul futuro; infine le parole d’amore di Salvatore Marchese, anche amore fisico, che ti prendono per mano regalandoti il senso degli anni e dell’età, la consapevolezza del cammino, la capacità di cambiare.

Cambiare. Ripenso a una mattina di sole, in attesa sulla strada, al margine delle vigne, col piede sulla monorotaia del trenino a cremagliera: vibra, arriva, chissà da dove, oltre il vuoto del precipizio. Una comitiva di francesi passa di lì per caso diretta scarpinando verso Riomaggiore, vedono l’omino che arranca sul suo trabiccolo, inforcano tutti gli apparecchi fotografici che la tecnologia attuale possa consentire, e lo immortalano, senza chiedere, senza sapere, attratti dal pittoresco, Poco importa che l’uomo fosse il capomastro che ristrutturava un rustico laggiù ai confini del mondo, per di più di proprietà di tedeschi: contava solo l’apparenza, il mito.


Aria di vendemmia

In questi giorni ho visitato cantine, scambiato parole, bevuto vini: ho sempre avuto la sensazione della ricerca, del cambiamento, persino dell’azzardo: la tradizione serve ad evolversi, mi ha detto, non richiesto, un vignaiolo. Ora sono qui alla festa, e mi viene un pensiero che potrebbe suonare come una bestemmia in chiesa, e non lo dico, ma lo scrivo, adesso: non chiamatela più viticoltura eroica. Se è vero che è beato il Paese che non ha bisogno di eroi, ebbene neanche le Cinque Terre ne hanno bisogno. Di sognatori, di intraprendenti, di pazzi, forse, ma non di eroi. Che gli eroi eran trecento, eran giovani e forti e sappiamo che fine hanno fatto, che gli eroi son quelli del cuore oltre l’ostacolo quando tutto è perduto, quando non c’è futuro. Che gli eroi ricordano le pagine della Domenica del Corriere, ingiallite come ex voto, ricordano i musei, testimoniano il passato. Che definire un contadino un eroe è confinarlo in un ghetto, abbandonarlo, farne cimelio, svuotarlo e ridurlo a reperto folcloristico buono per le foto digitali che una app virerà immediatamente a seppia.

L’eroe è una figura retorica da cartolina, buona per quelli che sostengono che lo Sciacchetrà migliore se lo bevono solo nelle case, magari di nascosto, che poi è una variante locale della barzelletta delle tagliatelle della nonna, del vuoi mettere un piatto di spaghetti. C’era una volta. Personaggi senz’arte né parte, proprio nel senso del fare. Fermi, immobili. Eppure nulla come il vino sa guardare al futuro, anzi il futuro lo porta con sé: occorre aspettare per bere un vino, sempre. E l’attesa è fatta di gesti, di conoscenza, di esperienza, di tecnica e capacità visionaria. Mi piace pensare a un ragazzo di trent’anni, che coltiva le sue vigne da quando ne ha venti, mentre sorride divertito nel versarmi un bicchiere di Sciacchetrà: su quella bottiglia c’è il ritratto di suo nonno, il vecchio che gli ha insegnato a potare la vite. Ora quella bottiglia se ne andrà in Giappone, e il ragazzo non sta nella pelle al pensiero di cosa avrebbe detto suo nonno. Ma in cuor suo sa che sarebbe stato orgoglioso di lui.

Auguri Cinque Terre, nell’auspicio sincero che nei prossimi quarant’anni non dobbiate aver bisogno di eroi, mai più.

 

 

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